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Pinelli, il colore come destino e come profezia

Cibo, arte e viaggi

Pinelli, il colore come destino e come profezia

Angelica 27 Maggio 2019

Un artista che, con la sua pittura analitica, ha registrato il suo massimo successo nel nuovo millennio e che ora viene riproposto attraverso il monocromo, linea che non ha mai abbandonato attraverso forme diverse che si sono evolute con il passare degli anni e dei suoi studi

Dal 20 giugno al 21 settembre, Dep Art Gallery di Milano (via Comelico 40) ospita la personale di Pino Pinelli (Catania, 1938) che presenta una serie di opere realizzate tra il 1973 e il 1976, periodo in cui l’artista si dedica ad approfondire le tematiche legate alla monocromia e alle potenzialità del colore.

La mostra, dal titolo “Monocromo (1973-1976). Il colore come destino e come profezia”, a cura di Francesco Tedeschi, propone alcuni dittici, trittici e un polittico, che si fondano sull’uso dei colori primari e in qualche caso dei complementari, e si rifanno a una lettura critica della forma-quadro, ovvero al superamento del limite del quadro, inteso come insieme di tela e telaio. Lavori che indicano già quello che sarà il suo percorso, la “rottura del quadro” prima e la “disseminazione” dopo, entrambi del 1976

Pino Pinelli nasce a Catania nel 1938, dove compie gli studi artistici. Nel 1963 si trasferisce a Milano, dove tuttora vive e lavora, affascinato e attratto dal dibattito artistico di quegli anni, animato da figure quali Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Castellani. Partecipa ai premi San Fedele e nel 1968 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Bergamini. Nei primi anni ’70 Pinelli avvia una fase di riflessione e di ricerca, in cui tenta di mettere a fuoco l’imprescindibile nesso fra tradizione e innovazione, con particolare attenzione alla superficie pittorica, alle vibrazioni della pittura. Nascono così i cicli delle “Topologie” e quelli dei “Monocromi”, la cui superficie comincia a essere mossa da sottile inquietudine, quasi che l’artista volesse restituire il respiro stesso della pittura. Queste esperienze lo fanno collocare nella tendenza che Filiberto Menna definì “pittura analitica”, anche se dal 1976 Pinelli riduce drasticamente la dimensione delle sue opere, che si vanno collocando nello spazio, accostate l’una all’altra, quasi che una deflagrazione avesse investito le sue grandi tele e avesse generato una disseminazione dei loro frammenti nello spazio: l’artista abbandona tela e telaio, attratto dal concetto stesso di pittura.